lunedì 14 marzo 2016
A Illegio un ristorante da sogno...la Buteghe di Pierute
Solo arrivare a Illegio è un'impresa, quattro chilometri di stradina stretta in salita in una gola tra i monti ! All'improvviso però si apre il paradiso ! Una bellissima vallata nascosta tra le montagne si stende sotto il sole e alla fine della strada che muore lì il paesino di Illegio con i suoi mulini e i suoi 340 abitanti. Nel cuore del paese, che ospita ogni estate delle mostre d'arte prestigiosissime, trovate una casa in pietra sapientemente ristrutturata mantenendo la tradizione, all'interno della quale si trova il bar-bottega-ristorante di Pierute ! Un posticino da sogno come vedrete dalle foto che parlano da sole ! Il menù rispettoso delle tradizioni e la gentilezza dei proprietari vi conquisteranno. Se passate per la Carnia non perdetevi questo posticino, ma attenzione che mentre il bar è sempre aperto il servizio ristorante è attivo solo il venerdì, sabato e domenica ! Meglio prenotare !
martedì 8 marzo 2016
Di cosa abbiamo bisogno veramente ?
PRIMO POST DELL' ANNO 2016
Fuori piove, piove, piove incessantemente. Quella classica giornata di marzo in cui l'unica cosa che desideri veramente è stare rintanato in casa, al calduccio, magari rannicchiato sotto un plaid sul divano, a leggere un libro davanti al fuoco. Ultimamente sento che ho raggiunto un limite di stanchezza mentale oltre al quale non posso assolutamente andare. Lo stress del lavoro, le preoccupazioni dei figli, l'impegno quotidiano del matrimonio, i miei desideri inespressi ... Ma quali sono veramente questi desideri, e sono veramente inespressi ? Lo sapete come reagisce una donna economicamente stabile ed indipendente ad un periodo di forte stress ? O si trova un amante, finto-vero-immaginario-immaginato, oppure si dà allo shopping compulsivo. Io per un po' mi sono lasciata travolgere dallo shopping, avendo scartato subito l'opzione amante che trovavo troppo impegnativa, ed ora improvvisamente ho raggiunto la saturazione. Basta spese. O almeno basta spese ASSOLUTAMENTE inutili. Devo dire che essere ME non è semplice. Già nasco sotto il segno dei gemelli, quindi la dualità è insita nella mia natura. Dove la trovate una donna che da una parte desidera vivere in un paesino di montagna di 1.324 abitanti, dove il massimo della vita sociale è bere l'aperitivo con l'amica al baretto e il massimo della moda è considerata la giacca super tecnica in goretex, e dall'altra desidera vivere in centro a Milano e non mancare a nessun appuntamento della fashion week vestita Gucci da capo ai piedi ? Purtroppo questa sono io. Lo capite dando un'occhiata rapida al tavolino del mio salotto: candela e profumo per ambienti Diptyque, un paio di libri inglesi sulle decorazioni natalizie, la biografia di Gucci, la rivista Elle, un paio di cataloghi di mostre d'arte di Pio Solero e Zangrando, il libro "La via al sufismo" di Gabriele Mandel, un libro buddista "Il risveglio" e "Attraversando il bardo" libro con dvd di Franco Battiato. Buona fortuna! A chi tenta di capirmi e di sopportarmi. Ad esempio quel santo sceso sulla terra di mio marito. Capire ciò di cui ho bisogno, veramente, non è facile. Perché forse ho talmente troppo che in realtà non avrei bisogno di niente. Come riconoscere allora la felicità nelle piccole cose? Questa è un'arte che tutti dovremmo imparare, io per prima. Invece che crogiolarmi negli inutili sensi di colpa devo cercare di vivere gustando ogni singolo istante e traendone la massima gioia. Tutto scorre così velocemente, la vita si consuma senza che ce ne rendiamo nemmeno conto. Passiamo la settimana ad aspettare che arrivi il weekend, e così facendo abbiamo già perso cinque giorni di vita. Forse il segreto è non aspettare. Vivere l'attimo. CARPE DIEM.
sabato 14 novembre 2015
PACE PER IL MONDO
"Chi serve e dona, sembra un perdente agli occhi del mondo. In realtà, perdendo la vita, la ritrova. Perché una vita che si spossessa di sé, perdendosi nell’amore, imita Cristo: vince la morte e dà vita al mondo. Chi serve, salva.
Al contrario, chi non vive per servire, non serve per vivere”.
Papa Francesco
Al contrario, chi non vive per servire, non serve per vivere”.
Papa Francesco
martedì 18 agosto 2015
CARLO SPALIVIERO, IL POETA DELLE IMMAGINI
La fotografia è una mannaia che coglie nell'eternità l'istante che l'ha abbagliata.
Henri Cartier-Bresson
Conosco Carlo da quando era un ragazzino che girava sempre con la sua macchina fotografica appesa al collo. Nonostante il percorso della sua vita sembrasse segnato dalla sua nascita, una scintilla di ribellione infiammava la sua anima sensibile spingendolo inesorabilmente verso mondi e persone a lui sconosciuti. Incominciò a scappare dalla sua quotidianità quando ancora era uno studente, viaggiando in lungo e in largo per il mondo. Ogni posto, soprattutto il più sperduto e pericoloso, lo attirava e capì che la sua passione era il reportage. La maturità non l'ha cambiato, sempre con la valigia pronta e la macchina al collo, non importa per dove, l'importante è andare. Le foto che tornano indietro con lui sono delle poesie che ti trafiggono prima gli occhi e poi il cuore.
www.carlospaliviero.it
domenica 17 maggio 2015
VYSHYVANKA by VITA KIN ... Quando la tradizione diventa fashion !
Ecco arrivare non più tra gli emergenti ma tra gli stilisti affermati Vita Kin, con furore dall ' Ukraina !
Dopo aver sfilato alla Parigi Fashion Week è comparsa addosso a tutte le IT GIRLS ! Devo dire che anch'io ne sono entusiasta, questa rivisitazione fashion-chic della tradizionale camicia ricamata delle donne ucraine è un'idea favolosa! Quest'estate non potrete non averne una, che sia una camicia, un abito o una tuta non importa! Fin'ora era impossibile reperirle se non a Kiev ma presto saranno disponibili per lo shop on line su netaporter.com !
Dopo aver sfilato alla Parigi Fashion Week è comparsa addosso a tutte le IT GIRLS ! Devo dire che anch'io ne sono entusiasta, questa rivisitazione fashion-chic della tradizionale camicia ricamata delle donne ucraine è un'idea favolosa! Quest'estate non potrete non averne una, che sia una camicia, un abito o una tuta non importa! Fin'ora era impossibile reperirle se non a Kiev ma presto saranno disponibili per lo shop on line su netaporter.com !
mercoledì 6 maggio 2015
venerdì 17 aprile 2015
La fantastica Giselle di Osipova e Polunin
È la più grande di tutte e di tutti. Natalia Osipova è indiscutibilmente, oggi, la stella assoluta del balletto. E l’ha confermato per l’ennesima volta – ci fossero stati dubbi – il 10 e l’11 aprile scorsi, danzando Giselle, la sua inimitabile Giselle, alla Scala di Milano in coppia con Sergej Polunin.
Mix davvero esplosivo, quei due. Capace cioè di far esplodere anche il pubblico che ha imbottito fino all’orlo il teatro milanese, pur abituato da sempre a maneggiare i più grandi artisti del mondo. Perché Osipova e Polunin sono proprio il meglio e sono anche simbolo del balletto classico che sta affrontando la prova del nuovo millennio. Lei è unica: carisma e capacità espressiva d’altri tempi eppure in piena sintonia con l’oggi, è in grado di rendere credibili e attuali anche i più polverosi balletti dell’Ottocento, di avvolgere qualsiasi spettatore nella sua aura magnetica. Interpreta superbamente ogni parte, perché è anche un vero fenomeno della tecnica, una tecnica eccezionale e molto, molto personale, disseminata anche di eccessi e di quelle che per i puristi sono imperfezioni stilistiche e che sono però sua calligrafia, suo dono prezioso e non ripetibile. Polunin, danzatore ucraino ora venticinquenne, a 21 anni è stato il “principal dancer” più giovane mai nominato nella storia del Royal Ballet londinese, ma da lì, due anni dopo, se n’è andato in cerca della sua libertà e danza ora in Russia restando guest speciale, come la Osipova, nei più prestigiosi teatri del mondo. Noto per il suo stile puro, le linee limpide e naturali (ma il gossip e il copia-incolla internettiano preferiscono indugiare sui suoi tatuaggi e il caratterino…), ha fatto pure il botto pop, recentemente, come protagonista del video furbetto, girato da La Chapelle sulla hit “Take me to Church” di Hozier, diventato in poche ore virale e condiviso in rete senza posa, soprattutto dal pubblico femminile. Insomma, c’erano proprio questi due, l’altra sera a Milano, e hanno debuttato in Giselle insieme in questa occasione. Perciò l’appuntamento, deciso a sorpresa dal fato (avverso al povero Hallberg), era ancor più atteso, da esperti e profani. Un vero privilegio potervi assistere – qui vi parlo della serata dell’11 – e tutti in sala ne erano più che consapevoli. L’atmosfera era magica e la compagnia stessa, lo si percepiva, era cosciente di essere interprete di un evento memorabile, di far rifiorire in modo speciale il capolavoro andato in scena per la prima volta nel 1841, struggente vicenda al centro della quale c’è una timida ragazza di campagna che s’innamora di un giovane popolano, Albrecht, in realtà il principe sotto mentite spoglie. Quando si scopre la sua vera identità, ma soprattutto che è già promesso sposo alla nobildonna Bathilde, Giselle impazzisce dal dolore e il suo cuore non regge. Si trasforma così in una delle Willi, l’“esercito” formato dagli spiriti di fanciulle morte come lei prima del matrimonio, che si vendicano uccidendo ogni uomo si trovi di notte nella foresta. Tranne Albrecht: perché Giselle, con un amore che supera l’inganno, riesce a tenerlo in vita, nonostante i tentativi delle Willi di strapparlo alle sue braccia, ballando con lui fino all’alba, quando il potere crudele degli spiriti svanisce. Giselle e Albrecht, due giovani di quasi 200 anni fa, grazie all’interpretazione di Natalia e dello scapigliato Sergej diventano due ragazzi d’oggi, che s’innamorano, feriscono o restano feriti, perdonano o imparano. La coppia è riuscita a rinfrescare completamente e a dare verità a due ruoli da fiaba: hanno reso carne, ossa e anima gli sguardi, gli abbracci – prima timidi e poi più coraggiosi –, i piccoli baci, le dichiarazioni d’amore, così come la tragedia del tradimento, della follia e della morte, l’amore che permane e l’assoluzione che diventa lezione incancellabile per Albrecht, cosciente di aver sbagliato senza rimedio. Non ce ne voglia l’ottimo Polunin – nella prova del secondo atto soprattutto, dall’assoloall’adagio alla regale serie di entrechat-six con cui ha giustamente entusiasmato il pubblico –, ma il centro del fuoco è sulla Osipova, impressionante per la padronanza di ogni sfumatura coreografica, tecnica e interpretativa. Una Willi raffinatissima e davvero sovrannaturale, nel secondo atto: spirito potente, capace di volare e restare sospesa in aria con i suoi salti portentosi e delicati insieme, con gli equilibri prolungati, nel sostenere prese aree e fluttuanti tra le braccia di Albrecht. E che bellezza quelle sue “esagerazioni”, quei pugni chiusi sotto il mento, mentre si avvia alla variazione (ovviamente impeccabile) del primo atto, quand’è fanciulla felice che sta per danzare per il suo amore. La sua ennesima invenzione stilistica per rendere ancor più attendibile, reale, la fanciulla, fremente dall’incredulità di aver trovato un amore così grande. E che capolavoro la sua scena della pazzia, quadro centrale che è banco di prova attoriale per tutte le più grandi ballerine. Osipova riesce a riscriverne ogni volta, dalle fondamenta, i particolari, senza demolire la tradizione ma anzi esaltandola, a cesellare con il suo viso e le sue mani la forma visibile dei sentimenti, a darne espressione diretta, senza filtri, immediatamente comprensibile a tutti. Non è piaggeria, è proprio realtà. E il teatro si fa silenzioso, rapito, commosso. Solo l’orchestra e i tocchi delle punte delle scarpette sul palco, nemmeno un colpo di tosse o un brusio in sala, per non perdere nemmeno un istante di questo momento prezioso, sufficiente, da solo, a sintetizzare la magnificenza di questa artista.
Mix davvero esplosivo, quei due. Capace cioè di far esplodere anche il pubblico che ha imbottito fino all’orlo il teatro milanese, pur abituato da sempre a maneggiare i più grandi artisti del mondo. Perché Osipova e Polunin sono proprio il meglio e sono anche simbolo del balletto classico che sta affrontando la prova del nuovo millennio. Lei è unica: carisma e capacità espressiva d’altri tempi eppure in piena sintonia con l’oggi, è in grado di rendere credibili e attuali anche i più polverosi balletti dell’Ottocento, di avvolgere qualsiasi spettatore nella sua aura magnetica. Interpreta superbamente ogni parte, perché è anche un vero fenomeno della tecnica, una tecnica eccezionale e molto, molto personale, disseminata anche di eccessi e di quelle che per i puristi sono imperfezioni stilistiche e che sono però sua calligrafia, suo dono prezioso e non ripetibile. Polunin, danzatore ucraino ora venticinquenne, a 21 anni è stato il “principal dancer” più giovane mai nominato nella storia del Royal Ballet londinese, ma da lì, due anni dopo, se n’è andato in cerca della sua libertà e danza ora in Russia restando guest speciale, come la Osipova, nei più prestigiosi teatri del mondo. Noto per il suo stile puro, le linee limpide e naturali (ma il gossip e il copia-incolla internettiano preferiscono indugiare sui suoi tatuaggi e il caratterino…), ha fatto pure il botto pop, recentemente, come protagonista del video furbetto, girato da La Chapelle sulla hit “Take me to Church” di Hozier, diventato in poche ore virale e condiviso in rete senza posa, soprattutto dal pubblico femminile. Insomma, c’erano proprio questi due, l’altra sera a Milano, e hanno debuttato in Giselle insieme in questa occasione. Perciò l’appuntamento, deciso a sorpresa dal fato (avverso al povero Hallberg), era ancor più atteso, da esperti e profani. Un vero privilegio potervi assistere – qui vi parlo della serata dell’11 – e tutti in sala ne erano più che consapevoli. L’atmosfera era magica e la compagnia stessa, lo si percepiva, era cosciente di essere interprete di un evento memorabile, di far rifiorire in modo speciale il capolavoro andato in scena per la prima volta nel 1841, struggente vicenda al centro della quale c’è una timida ragazza di campagna che s’innamora di un giovane popolano, Albrecht, in realtà il principe sotto mentite spoglie. Quando si scopre la sua vera identità, ma soprattutto che è già promesso sposo alla nobildonna Bathilde, Giselle impazzisce dal dolore e il suo cuore non regge. Si trasforma così in una delle Willi, l’“esercito” formato dagli spiriti di fanciulle morte come lei prima del matrimonio, che si vendicano uccidendo ogni uomo si trovi di notte nella foresta. Tranne Albrecht: perché Giselle, con un amore che supera l’inganno, riesce a tenerlo in vita, nonostante i tentativi delle Willi di strapparlo alle sue braccia, ballando con lui fino all’alba, quando il potere crudele degli spiriti svanisce. Giselle e Albrecht, due giovani di quasi 200 anni fa, grazie all’interpretazione di Natalia e dello scapigliato Sergej diventano due ragazzi d’oggi, che s’innamorano, feriscono o restano feriti, perdonano o imparano. La coppia è riuscita a rinfrescare completamente e a dare verità a due ruoli da fiaba: hanno reso carne, ossa e anima gli sguardi, gli abbracci – prima timidi e poi più coraggiosi –, i piccoli baci, le dichiarazioni d’amore, così come la tragedia del tradimento, della follia e della morte, l’amore che permane e l’assoluzione che diventa lezione incancellabile per Albrecht, cosciente di aver sbagliato senza rimedio. Non ce ne voglia l’ottimo Polunin – nella prova del secondo atto soprattutto, dall’assoloall’adagio alla regale serie di entrechat-six con cui ha giustamente entusiasmato il pubblico –, ma il centro del fuoco è sulla Osipova, impressionante per la padronanza di ogni sfumatura coreografica, tecnica e interpretativa. Una Willi raffinatissima e davvero sovrannaturale, nel secondo atto: spirito potente, capace di volare e restare sospesa in aria con i suoi salti portentosi e delicati insieme, con gli equilibri prolungati, nel sostenere prese aree e fluttuanti tra le braccia di Albrecht. E che bellezza quelle sue “esagerazioni”, quei pugni chiusi sotto il mento, mentre si avvia alla variazione (ovviamente impeccabile) del primo atto, quand’è fanciulla felice che sta per danzare per il suo amore. La sua ennesima invenzione stilistica per rendere ancor più attendibile, reale, la fanciulla, fremente dall’incredulità di aver trovato un amore così grande. E che capolavoro la sua scena della pazzia, quadro centrale che è banco di prova attoriale per tutte le più grandi ballerine. Osipova riesce a riscriverne ogni volta, dalle fondamenta, i particolari, senza demolire la tradizione ma anzi esaltandola, a cesellare con il suo viso e le sue mani la forma visibile dei sentimenti, a darne espressione diretta, senza filtri, immediatamente comprensibile a tutti. Non è piaggeria, è proprio realtà. E il teatro si fa silenzioso, rapito, commosso. Solo l’orchestra e i tocchi delle punte delle scarpette sul palco, nemmeno un colpo di tosse o un brusio in sala, per non perdere nemmeno un istante di questo momento prezioso, sufficiente, da solo, a sintetizzare la magnificenza di questa artista.
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